LA LOTTA DEI PORTUALI DI KOPER (SLOVENIA)
con richiesta di diffusione e pubblicazione, specie nei siti e nelle pubblicazioni ove si tratti di lotte dei lavoratori
L'ESPERIENZA DI LOTTA DEI LAVORATORI PORTUALI DI CAPODISTRIA (SLOVENIA)
Aldilà dei confini degli stati e delle appartenenze e condizioni nazionali, nel sistema capitalista i lavoratori son sempre sfruttati e dunque le singole e diverse esperienze di lotta devono divenire patrimonio di tutti; ancor di più se si svolgono a pochi chilometri dal confine italiano.
È con questa consapevolezza che vi riportiamo un'interessante e istruttiva chiacchierata con due compagni sloveni in merito alle lotte condotte dai lavoratori del porto di Koper (Capodistria) negli ultimi anni. I compagni Maksimilijan, del sindacato S.Ž.P.D., e Tomaž , del gruppo anarchico Alternativa-Obstaja, ci spiegano con chiarezza come si sono sviluppate queste mobilitazioni, quali difficoltà hanno trovato, cosa hanno ottenuto e qual è la situazione attuale.
Circolo Pedro (CP): Cosa significa la sigla S.Ž.P.D.?
Maksimilijan (M): Significa Sindacato dei Lavoratori Gruisti e Marittimi. È il nostro sindacato, che raccoglie i dipendenti statali del porto di Koper: gruisti, conducenti dei treni e guardiani. Anche se il nome del sindacato indica la categoria dei “marittimi”, di fatto i marittimi non sono presenti. Il termine rimanda a uno dei fondatori dell'organizzazione, che era, per l'appunto, un marittimo e che mi ha insegnato cosa significa fare il sindacalista. Oggi, però, lui non è più un nostro attivista.
CP: Dunque bisogna essere statali per farvi parte?
M: Esatto. Non potevamo costituire un sindacato unico per i lavoratori del porto perché, a livello d'inquadramento e sopratutto di controparte, noi statali facciamo riferimento ad un solo datore di lavoro, lo stato per l'appunto, mentre i lavoratori dipendenti delle ditte private sono divisi fra decine di datori. Fare un unico tavolo per le vertenze sindacali fra noi e i dipendenti delle ditte in appalto sarebbe stato impraticabile e di fatto ci avrebbe danneggiato nelle rivendicazioni.
CP:Quanti sono i dipendenti statali?
M: Circa un migliaio, ma diciamo che circa 400 sono impiegati nella logistica dello scarico merci, il resto negli uffici della direzione. Su questi 400, il 90% sono iscritti alla nostra organizzazione.
Fino al 2006 eravamo in netta minoranza come statali, circa il 20% sul totale dei lavoratori impiegati in porto. Oggi la percentuale si è capovolta perché le ditte private, con l'attuale crisi, non assumono più: prendono pensionati e studenti per carichi di lavoro momentanei e basta.
CP: Da quando esistete come sindacato?
M: Dal 2007. Siamo nati per superare la frammentazione dei sindacati dei portuali e la loro scarsa attitudine e volontà di lotta. Ai tempi c'erano tre unioni sindacali, oggi ne sono rimaste due. Ci siamo accorti, in sostanza, che queste organizzazioni erano niente altro che le lunghe braccia della direzione.
CP: Dunque vi siete ribellati ad una situazione di subalternità dei sindacati al padrone...
M: Esatto, abbiamo iniziato un percorso di lotta perché la situazione era insostenibile. La nostra prima grande prova di forza rispetto all'amministrazione del porto è stato lo sciopero del 15 gennaio 2008, che abbiamo preparato per mesi. È da lì che iniziamo via via a conquistare condizioni di lavoro migliore. Siamo riusciti ad alzare le paghe del 45%, abbiamo strappato 11 ore di riposo tra i turni mentre prima ve ne erano 6-8, per i sabati e le domeniche ci è stata riconosciuta una maggiorazione del salario. L'amministrazione ha dovuto mutare anche la sua prassi sugli aumenti di livelli. Prima venivano promossi, con un premio di produzione pari al 20% della paga, solo i leccaculo. Adesso l'ascesa è possibile per tutti i lavoratori. Mentre le diminuzioni di paghe per errori o scarso rendimento non possono spingersi oltre al 40% e devono sempre essere motivate dall'amministrazione.
Nel contratto collettivo nazionale che abbiamo ottenuto nel 2008, siamo infatti riusciti ad imporre che il salario fisso corrisponda al 60% del totale, mentre la parte variabile (premi di produzione e incentivi vari legati all'anzianità di servizio, al titolo di studio e al rendimento) non può superare il 40%. Di fatto il raggiungimento di migliori condizioni di lavoro è proseguito nel 2009 e nel 2010, sempre grazie all'azione del S.Ž.P.D.
CP: Ci racconti com'è organizzato questo sindacato?
Tomaz (T): Ciò che si voleva evitare, nell'organizzazione del sindacato, è la burocratizzazione che investe tutti i sindacati prima o dopo, nel senso che i dirigenti si distaccano dai lavoratori e si avvicinano più ai padroni che a quelli che dovrebbero rappresentare. Insomma, si vendono.
M: Perciò, prima di tutto, ogni settimana svolgiamo una riunione a cui possono partecipare tutti gli iscritti. Ognuno può esporre le proprie problematiche lavorative e insieme si cerca di capire come risolverle Poi esistono due organismi elettivi: il Direttivo e l'Esecutivo. Il primo è composto da 25 membri, delegati da tutti i settori di lavorazione. Dà la linea al sindacato e raccoglie le istanze dell'assemblea. L'Esecutivo invece va a trattare con l'amministrazione. È composto da 6 membri perchè quando si va a parlare con la controparte essere nel numero più alto possibile ti da forza.
T: Avere davanti sei persone per i padroni è ben più complicato di averne una...Tutti assieme a porre le rivendicazioni dei lavoratori riescono a stancare i dirigenti e si danno più forza l'un l'altro nella trattativa...
M: Ma la cosa più importante è che quelli dell'Esecutivo hanno un vincolo di mandato. Cioè vengono mandati a trattare con una consegna e qualsiasi proposta diversa, prima di essere accettata, deve passare sotto il vaglio del Direttivo e dell'assemblea degli iscritti.
CP: Veramente interessante...Dunque vi siete organizzati per superare la mentalità della delega che dà l'occasione ai sindacalisti venduti di tradire i lavoratori...
M: Sì, ed è questo che ci ha permesso di continuare a lottare fino ad ora e di non ridurci come gli altri sindacati.
CP: L' amministrazione come ha reagito alla vostra attività?
M: Come ti dicevo ha dovuto cedere su tante cose e ora le condizioni di lavoro sono migliorate. Va detto che nel 2011 siamo stati citati in tribunale per i danni provocati dai nostri blocchi. Ma vedrete che quest'azione a livello giudiziario non porterà a nulla...
CP:Avete legami con sindacati in Italia?
M: I confederali italiani ci ritengono "abusivi" perché sono gemellati con i loro equivalenti sloveni. Comunque, nel 2011, ho trascorso 5 giorni con i portuali triestini che resistettero in sciopero tra il 19 e il 26 maggio. Ci avevano avvisato gli anarchici del Gruppo Germinal e io mi sono recato al porto di Trieste per dare il nostro appoggio alla lotta dei nostri colleghi. Ricordo che mi portai dietro pure la bandiera del sindacato...Purtroppo però non è che sia cambiato moltissimo per i nostri colleghi triestini da allora e, come da noi, anche da voi la gran parte dei sindacati ha le mani legate.
CP:E altri legami fuori dalla Slovenia ?
M: Sì con i lavoratori del porto di Fiume, in Croazia.
CP: Dunque con i lavoratori di due porti concorrenti a quello di Trieste.
M: La storia della concorrenza è una fandonia utile solo a metterci gli uni contro gli altri e a impedirci di lottare. Venezia, Trieste, Capodistria e Fiume sono porti che si differenziano l'un con l'altro per diversa profondità di acqua. Le navi devono percorrerli nell'ordine, svuotandosi via via della merce trasportata in ogni porto, altrimenti non riescono ad entrare in quello successivo.
T: Nel 2010 abbiamo addirittura approntato un video per smentire il ricatto della "concorrenza fra i porti", in base al quale i lavoratori di Trieste o Koper o Fiume o Venezia non possono lottare altrimenti perderebbero il lavoro, che verrebbe infatti subito trasferito in uno degli altri tre porti. Si tratta, infatti, di menzogne visto che i fondali sono a profondità a scalare sempre più bassa, cosicché le navi devono tendenzialmente attraccare in tutti e quattro e scaricare progressivamente le merci. Lo abbiamo spiegato anche in foglio distribuito tra i lavoratori di Koper. Tra l'altro le dirigenze dei quattro scali collaborano attivamente sul piano economico e nella gestione dei traffici nell'organismo denominato North Adriatic Ports Association.
CP: Oggi quali battaglie state sostenendo?
M: Attualmente non stiamo preparando e convocando scioperi, anche perché la loro proclamazione è resa complicata dalla normativa vigente. Siamo in una situazione di stallo poiché gli ultimi due governi sloveni, prima quello di Janša e ora quello diBratušek (rispettivamente di centro-destra e centro-“sinistra”, ndr), non hanno mai nominato il nuovo direttore del porto. Di fatto non abbiamo una controparte vera e propria a cui rivolgere le nostre rivendicazioni.
CP:Gli altri lavoratori di Capodistria e della Slovenia vi hanno supportato?
M: Alcuni sì ed altri no. Se devo dirti la verità è facile girarceli contro: il nostro stipendio ammonta in media a 1700 euro mensili, molto di più di quello medio di un lavoratore dipendente sloveno. E così la gente, che non è cosciente neanche del carico di lavoro che abbiamo – ad esempio la turnazione si interrompe solo due giorni l'anno, il Primo Maggio e capodanno – dice che non capisce perché lottiamo se becchiamo così tanto. E questo isolamento a volte ti costringe ad abbassare il livello della mobilitazione: non puoi fare tanto casino se la gente non ti appoggia perché purtroppo crede alla propaganda dell'amministrazione del porto che ci taccia di essere dei privilegiati.
CP: Ma voi, ad esempio, avete sostenuto gli altri lavoratori portuali, quelli privati, nell'avviare un percorso come il vostro?
M: Gli assunti nelle ditte private stanno ben peggio di noi. Di fatto sono dei precari e il loro sistema di pagamento prevede una paga fissa di tre euro all'ora e il resto calcolato a livello di cottimo. Tra l'altro all'interno del porto vige di fatto un sistema per il quale negli appalti tra stato e ditte private, lo stipendio dei lavoratori non viene corrisposto del tutto, ma spesso intascato di comune accordo da burocrati dell'amministrazione e padroni delle ditte. La maggioranza di questi lavoratori viene da altri paesi dell'ex Jugoslavia più poveri della Slovenia, per gran parte dalla Bosnia. Lavorando come bestie, essi riescono a spedire anche soldi a casa, per le famiglie. Si tratta dunque di persone la cui condizione di stretta necessità economica li rende fortemente ricattabili e malleabili dai padroni.
CP: Dunque non hanno mai condotto lotte come voi altri?
M: Ti posso dire che noi li abbiamo sicuramente aiutati. Come ti dicevo all'inizio della nostra chiacchierata, era impraticabile la costituzione di un unico sindacato dato il diverso inquadramento contrattuale e le distinte controparti. Quindi li abbiamo spinti a creare un loro sindacato, che però dopo circa un anno è giunto quasi allo scioglimento a causa delle fortissime pressioni da parte datoriale e purtroppo anche a causa del razzismo interno al sindacato stesso. Colui che si è posto alla testa del loro sindacato è un nazionalista serbo, uno con manie di leaderismo, tra l'altro già dirigente della sezione giovanile del partito serbo SDS. Il suo razzismo lo portava ad diffamare, escludere o trattar male tutti i lavoratori immigrati che non avevano la sua stessa identità nazionale, tendendo a riprodurre un clima da “guerre balcaniche”. Invece di unire, non faceva altro che disprezzare mussulmani e croati. Mancando le premesse dell'unità non si costruisce niente.
Attualmente è rimasto solo un piccolo gruppo di attivisti, che faticosamente cerca di tenere in piedi il sindacato.
CP: Sono riusciti a fare qualche sciopero?
M: Per l'appunto l'altro grande difetto di coloro che dirigevano questo sindacato del settore privato, era l'incapacità a preparare gli scioperi con un lavoro costante, paziente e capillare. Invece di fare così, essi annunciavano continuamente che avrebbero fatto lo sciopero in questa o in quell'altra data, senza avere accumulato le forze necessarie a sostenerlo, bruciandosi in tal modo tutte le occasioni.
Quando abbiamo fatto il nostro ultimo sciopero, si sono fermati anche loro, ma hanno ottenuto ben poco; per riuscire a soddisfare le loro richieste principali avrebbero infatti dovuto tener duro prolungando ancora lo sciopero per almeno un altro giorno. Noi abbiamo scioperato anche con il loro appoggio, ricambiandoli con il nostro appoggio a livello economico, legale e logistico, ma più di così non possiamo fare, perché rischiamo di finire in tribunale se ci asteniamo dalle nostre mansioni di lavoratori contrattualmente inquadrati in maniera diversa. Devono puntare sulle loro forze per riuscire ad organizzarsi e lottare, anche se è difficile. Purtroppo non possiamo farlo noi in loro vece.
CP: Siete riusciti, invece, a stringere rapporti, collaborare e appoggiare altri lavoratori in lotta, fuori dal porto?
M: Come ti dicevo siamo un sindacato di uno specifico settore, ma questo non vuol dire che non ci siamo relazionati con altri lavoratori. Il problema grosso che riscontriamo è la repressione sui posti di lavoro. Ad esempio, avevamo contatti con gruppo di dipendenti di una grossa ditta di guardie giurate: quando essi hanno denunciato le loro condizioni lavorative sono stati tutti e 26 licenziati. Poi c'è stato il caso di una fabbrica che produceva cardini e lucchetti a Dekani, un paesino poco fuori Capodistria. Anche lì era per anni attivo un sindacato sul modello del nostro e cinque anni fa era riuscito a promuovere uno sciopero. I padroni hanno reagito con la messa in cassa integrazione, a 800 euro mensili, di cinque sindacalisti, giusto per confinarli fuori dalla fabbrica e disfarsi della presenza del sindacato. Tuttora essi sono in cassa e non possono rientrare sul lavoro e il loro sindacato, pur tra mille difficoltà, li sostiene, ricorrendo anche alle vie legali. I padroni fanno comunque di tutto per impedire l'agibilità e l'organizzazione sindacale, resa peraltro molto difficile dal fatto che che nello stesso posto di lavoro convivono operai che, a parità di mansioni, hanno inquadramenti contrattuali e trattamenti salariali molto diversi tra di loro.
CP:Sembra peggio che in Italia...Eppure in Slovenia, negli ultimi tempi, ci sono state forti mobilitazioni di massa...
M: Certo, e infatti il governo diJanša, in carica allora, ha mandato nelle piazze la polizia... E anche la provocazione della presenza dei fascisti al corteo di protesta del primo dicembre a Lubiana, che ha comportato il verificarsi di incidenti, è stata probabilmente ordita dallo stesso governo. Janša è sempre stato disposto a tutto pur di difendere il proprio potere, persino agli omicidi di stato...
T: Comunque il sindacato e noi abbiamo sempre partecipato a queste mobilitazioni, tentiamo di sostenere tutte le lotte...
CP: E dell'attuale governo Bratušek cosa pensate?
M: E meglio che non mi esprimo... (ride) Noi siamo sempre ottimisti, ma siamo anche realisti e stiamo sempre all'erta.
Capodistria (Slovenia) Giugno 2013
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Un momento dello sciopero dei lavoratori del porto di Capodistria del 2011, svoltosi dal 29 luglio
al 5 agosto.